Vi presentiamo Freelogy 2.0

Un restyling dona forma alla nostra identità

 

Ciao, è con vero piacere che ti presentiamo il nuovo sito di Freelogy Consulting che racconta di Te e di Noi!
In un vero e proprio processo di co-creazione, in questo primo anno insieme, grazie ai tuoi feedback ed ai nostri preziosi clienti:

  • abbiamo sviluppato ed arricchito la nostra offerta di valore con creatività e strategia
  • abbiamo raccontato ciò che veramente siamo: una società di consulenza innovativa multidisciplinare
  • abbiamo creato una sezione dedicata a voi dove trovare letture consigliate e strumenti per rendere il vostro lavoro più smart

Noi puntiamo all’eccellenza del Tuo business. Tu sei un’eccellenza e come tale devi avere la possibilità e la forza di esprimere le tue competenze e nutrirle quotidianamente per creare il tuo futuro migliore.
Sono le persone a creare business di successo e di insuccesso. Noi per te, puntiamo al primo e lo facciamo guidati da metodi, strumenti e principi di respiro internazionale, totalmente nuovi ed assolutamente efficaci per la crescita, il cambiamento e l’innovazione intelligente.
Tutta la nostra Identity passa attraverso le pagine del nostro sito. Confronti, gioie e risate in fase di co-creazione hanno dato vita a nuovo valore
E tu? come immagini il tuo futuro?

Innovazione: perchè è così importante?

Si sente sempre più parlare di innovazione e cambiamento, e di quanto sia importante innovarsi per essere competitivi nel mercato. La vera sfida consiste nel rimanere sempre al passo con il cambiamento.
Ma quanto davvero ci si applica per accendere le scintille dell’innovazione all’interno della realtà in cui si lavora?

Siamo abituati a sentir parlare soprattutto di crisi e difficoltà, e sembra che l’unica soluzione possibile sia ristrutturare o addirittura eliminare alcune risorse o settori dell’azienda. Sono i manager e ancor di più gli imprenditori, che devono riuscire ad avere il coraggio di prendere decisioni strategiche. L’opportunità sta nel cogliere le tante sollecitazioni che giungono dall’esterno e dall’interno per rispondervi in modo nuovo, cercando così di cambiare per aderire alle nuove condizioni del mercato.

L’innovazione, non deve essere più considerata come un’opportunità, bensì come un processo imprescindibile per rimanere concorrenziali nel settore di riferimento. Attivare processi innovativi è indispensabile per la sopravvivenza stessa dell’ impresa, perché consente di ritagliarsi un vantaggio competitivo tramite prodotti, procedimenti o servizi rivolti al futuro.

L’innovazione non è il colpo di genio di un singolo, bensì una sfida che riguarda tutta l’azienda e tutte le persone che vi lavorano: dall’imprenditore, ai dirigenti, a ogni collaboratore. Ognuno è invitato, a partire dal proprio know how, a creare innovazione in tutti gli ambiti e in tutte le attività dell’impresa, per renderla più stabile e più interessante per i clienti.

Le aziende che hanno saputo innovarsi negli ultimi anni sono quelle che sono sopravvissute alla crisi e sono quelle che hanno ricominciato a crescere, guardando al futuro.

Prova a chiederti:

Quali sono le forme di inerzia che caratterizzano la tua azienda?
Quali nuove competenze puoi mettere in campo per migliorare la tua azienda?

Rispondere a queste domande potrebbe essere un ottimo punto di partenza per non farsi cogliere impreparati dalla prossima ondata di cambiamenti che investiranno il proprio settore e, anzi, per cercare di cavalcarla anticipatamente rispetto ai concorrenti.

Inviaci le tue risposte cliccando qui, e partiamo insieme verso un futuro aziendale migliore.

 

 

 

I costi invisibili (e neanche troppo) della cattiva gestione

La crisi,la contrazione di clienti, la diminuzione dei profitti non hanno fatto altro che irrigidire ed inasprire la già radicata regola de “IL RISULTATO A TUTTI I COSTI”. Ossia:” non mi interessa come lo fai, basta che ottieni il risultato”.

Certo, so anche io che l’impresa è tale quando persegue un fine economico di crescita, quindi lunga vita al re profitto!!! Faccio parte della rete imprenditoriale, so di cosa stiamo parlando.

Avendo lavorato per lungo tempo nelle HR di grandi aziende “prima” e come Coach, da “poi” ad oggi, posso dire che se è vero che è il risultato economico (cosa) a farla da padrone, è altrettanto vero che bisogna curare il come si arriva a quel risultato.

Perchè?

Ci sono due categorie di risposte che mi sovvengono al momento.

La prima rientra nella voce FIDUCIA.

Curare il come significa essere etici, significa lavorare con le risorse deputate a creare quel risultato. Dare fiducia, sostenerne l’espressione del potenziale, dare strumenti alla propria gente perchè produca. Significa farli crescere, renderli autonomi e responsabili delle proprie decisioni ed azioni. Significa supportarli nel processo di sviluppo. Significa difenderli, all’occorrenza.

Non condividi?

La seconda va sotto la voce UTILITA’

  1. curare le proprie risorse, coinvolgerle nel processo di sviluppo e di risultato significa condividere il perchè di azioni, decisioni e comportamenti da adottare all’interno di un’azienda per produrre risultato.
  2. il come torna utile in termini di coinvolgimento e motivazione che è la prima leva per ottenere persone che lavorano alacremente per quel risultato.
  3. trasferire il come significa sapere come fare ad ottenere il risultato che non sarà più, dunque, solo l’esito di un colpo di fortuna, ma un risultato replicabile e più duraturo nel tempo.
  4. curare il come significa considerare le proprie risorse come le attrici del successo di risultato.
  5. saper creare il gruppo che sa fare la differenza in azienda e non la abbandona nel medio termine è un elemento discriminante per i risultati.

Tutto ciò non può che tornare utile ad un’azienda che persegue profitto.

Cosa ne pensi?

Come cavalcare le tendenze?

Continua il nostro viaggio alla scoperta delle 4 lenti dell’innovazione di Gibson, alla ricerca del genio creativo e dei vari percorsi che si possono adottare per rendere l’innovazione radicale una realtà quotidiana nella propria organizzazione.
Con la prima lente dell’innovazione abbiamo messo in discussione i dogmi più radicati e le convinzioni comuni della tua azienda e del tuo settore.

Passiamo alla seconda lente dell’innovazione: cavalcare le tendenze.

Che lo vogliamo o no, il cambiamento si verifica e il suo ritmo è divenuto ipercritico. L’unico modo per garantire la continuità di un’azienda nel tempo è far si che cambi con la stessa rapidità con cui cambia il mondo. L’innovazione è un continuum tra presente e futuro. Bisogna pensare a come il mondo si trasforma ed evolve, ed avere la prontezza di riuscire a rispondere in modo efficente a questo cambiamento.
Spesso è una crisi aziendale a produrre un cambiamento di mentalità. Ad un certo punto arriva una minaccia seria che crea un senso d’urgenza, e le persone cominciano a svegliarsi e ad accorgersi di quel che succede all’esterno. Purtroppo, quando un’azienda arriva a questo punto può essere troppo tardi per un riallineamento strategico profondo o per quella trasformazione organizzativa che può essere necessaria per evitare il disastro.

Come fare per riuscire a stare al passo con le tendenze del settore in cui si opera? Come riuscire a cavalcare l’onda del cambiamento senza rischiare di essere travolti?

  • Pensare a fondo alle implicazioni di tendenze e tecnologie di settore di OGGI
  • Osservare i competitor
  • Annotare i fattori di cambiamento esterni che succedono ORA

Riuscire a cavalcare le tendenze significa sviluppare la capacità di identificare e riconoscere gli schemi emergenti che possono rivelare qual’è l’andamento del mercato e le relative opportunità. Gli innovatori cavalcano l’onda al momento giusto, agganciano il loro business all’accelerazione della curva del cambiamento, moltiplicando così le loro possibilità di crescita e di sconvolgimento del settore.

“Quel che dobbiamo fare è sempre appoggiarci al futuro; quando il mondo cambia intorno a te e quando cambia contro di te…. Devi basarti su questo e immaginare cosa fare”.

Cit. Jeff Bezos CEO Amazon

Saper cambiare richiede di saper vedere, e prevedere, il cambiamento; di saper leggere, intuire, anticipare il corso degli eventi, le dinamiche dei processi in atto, la loro direzione e i loro effetti nel breve, medio e lungo periodo. Questo vuol dire che essere preparati sul tema del cambiamento, noi siamo qui per aiutarti ad accoglierlo al meglio.

E tu vuoi cavalcare l’onda o farti travolgere?

Siamo qui per aiutarti a stare al passo col cambiamento, clicca qui e lascia il tuo indirizzo email

Ci vediamo alla prossima lente

Come sfidare le ortodossie?

Sfidare le ortodossie? Quanto ci impediscono di innovare e cambiare?

“Le 4 lenti dell’innovazione offre ai leader e ai loro team semplicemente lo strumento più comprensibile e più pratico per attivare l’innovazione in tutta l’impresa. Strappa il velo di mistero dal processo di innovazione, offrendo un linguaggio, un sistema e una struttura comuni per identificare e cogliere le opportunità di cambiamento radicale”
La sfida alle ortodossie è una delle 4 prospettive mentali individuate da Gibson nel suo libro “le 4 lenti dell’innovazione”. Le 4 lenti aiutano a capire come si sviluppa il genio creativo e come rendere l’innovazione radicale una realtà quotidiana nella propria organizzazione. Iniziamo:

  • sfidare le ortodossie
  • cavalcare con le tendenze
  • far leva sulle risorse
  • comprendere i bisogni

 

Come applicare ognuna delle 4 lenti dell’innovazione alla propria realtà di tutti i giorni? Cosa significa essere innovatori nella propria organizzazione, nell’esercitare la propria professione o nel gestire una situazione che travalichi il confine dell’ambiente lavorativo?

Via con la prima lente: sfidiamo le ortodossie.
Dal greco orthos (giusto, vero) e doxa (credenza, opinione), è una convinzione profonda, una pratica tradizionale o un modo convenzionale di pensare ritenuti comunemente veri o corretti. Queste credenze sono profondamente radicate nella nostra vita, sono come presenze invisibili ma costantemente presenti e talvolta ingombranti, soprattutto quando si tratta di scegliere la via del cambiamento e contemplare soluzioni nuove.
Quante volte abbiamo sentito dire “questo si fa così, perchè si è sempre fatto così”.
Fino a che punto è vero? Come facciamo a sfidare le ortodossie?

Hai mai provato a:

Criticare le cose che fai

Coltivare il dubbio

Intervenire prima che sia “rotto”

Scrollarti di dosso l’inerzia mentale

Mutare le idee di base, iniziare a guardare con nuovi occhi. L’abilità di sfidare le ortodossie è una delle più importanti forze motrici dell’innovazione. Imparare ad adottare una posizione diversa, provocatoria. Trovare modi per far emergere in superfiicie e rovesciare gli assunti sbagliati, le ortodossie comode, che rendono limitato il cambiamento e l’innovazione.

Provate a domandarvi:

State cercando nuovi modi di fare le cose?

E se vi apriste ad alternative radicali?

Potete imparare da chi non ne sa e non ha preconcetti?

E se sfidasse le idee scontate?

 

Cosa ne pensi? Sei soddisfatto delle tue risposte?
Pronto per il prossimo step?
Ci vediamo alla prossima lente!

4 fasi per stimolare e valorizzare le risorse umane

Le attuali tendenze evolutive dei sistemi organizzativi delle aziende mostrano che, nonostante il progresso tecnologico, è sempre l’uomo a rappresentare la risorsa fondamentale, quella su cui poggiare le fondamenta del benessere aziendale.
La maggior parte dei manager ritiene che siano le caratteristiche intrinseche delle risorse umane, gli elementi chiave per far decollare gli investimenti legati a processi organizzativi o a nuovi prodotti. Il ruolo delle risorse aziendali, nella costruzione del vantaggio competitivo, è fondamentale e assume un significato più pregnante nell’economia della conoscenza.
Le organizzazioni sono gli uomini. Gli uomini lavorano al loro interno, per se stessi e, quindi, per le organizzazioni. Gli uomini fanno sì che le organizzazioni siano quello che effettivamente sono. Le organizzazioni nascono, vivono, sopravvivono, si sviluppano o muoiono, anche per merito, o demerito della loro risorsa fondamentale: la risorsa umana.
Le risorse umane occupano quindi un ruolo centrale nella gestione delle aziende moderne; sono un vero e proprio capitale per l’impresa.
Un lavoratore nell’arco della propria vita è in grado di crescere professionalmente e socialmente, migliorando il proprio modo di lavorare sia singolarmente, sia in gruppo. Le organizzazioni si sono rese progressivamente conto di quanto siano importanti le competenze aziendali e quelle delle persone che in esse lavorano, per raggiungere efficacemente gli obiettivi.

Una gestione efficace delle risorse è infatti vincente per la realizzazione degli obiettivi dell’organizzazione se concordante, prima di tutto, con la motivazione e la soddisfazione dell’uomo.

Vineet Nayar nel suo libro “Employees first, Customers second”,  individua un percorso che aiuta le aziende a valorizzare al meglio i propri dipendenti per rinascere e avere successo. Suggerisce un percorso di 4 fasi:

1: Creare il bisogno di cambiamento
Stabilire punti di partenza e punti di arrivo, una vision capace di ispirare e motivare le persone, con la prospettiva di un domani migliore.

2: Usare la trasparenza per ottenere fiducia
Dopo aver ottenuto un livello di consapevolezza è necessario guadagnare l’appoggio di collaboratori e dipendenti, una fase abbastanza difficile: perché cambiare la mentalità e il modo di operare di un’azienda desta perplessità. In questa fase è necessario ambire ad una cultura della fiducia basata sulla trasparenza.

3: Ripensare all’organizzazione
Prima la consapevolezza, poi la fiducia ora la riorganizzazione della società secondo una piramide rovesciata. Basato su un modello top-down; il lavoratore dipendente adesso ha maggior potere, crea valore, contribuisce direttamente alla crescita della società, ha un ruolo di fondamentale importanza paragonabile a quello del manager.

4: Trasferire le responsabilità
Ogni risorsa dell’azienda è responsabile del cambiamento. Trasferire le responsabiltà dall’ufficio del CEO ai dipendenti, creando una società aziendale, dove ognuno si sente parte integrante dell’organizzazione e dove nel suo piccolo contribuisce a farla diventare grande.

Stimolare e coordinare le attività delle risorse umane è percorso che, se attuato nel migliore dei modi, consente di lavorare in un ambiente stimolante e sereno, fattori di vantaggio competitivo per il benessere di un’impresa.
Freelogy Consulting accompagna le tue risorse in un percorso di  coordinamento, crescita e miglioramento. Puntiamo sul senso di appartenenza, un legame con il luogo di lavoro, un rapporto più forte con il management e colleghi. Cooperare in armonia e perseguire un fine comune, può non solo facilitare la ripresa, ma produrre risultati notevolmente superiori, che con il tempo non si affievoliscono, ma crescono e si rafforzano.

 

Fonte: https: francescocugurra.wordpress.com/la-banca-liquida/employees-first-customers-second/

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L’importanza di una buona domanda

Fatti una domanda!
Che valore ha una domanda?
Quanto incide nella risposta?
Quanto è importante la risposta?

Uno degli elementi maggiormente caratterizzanti il metodo del coaching è l’uso delle domande.
Nel coaching infatti, grazie alla capacità e alla preparazione del coach, il coachee viene aiutato ad acquisire uno sguardo nuovo e consapevole sui pensieri e sulle situazioni che affronta. Il coachee viene sostenuto nel miglioramento delle sue prestazioni o nella risoluzione dei suoi problemi, incoraggiato nell’evoluzione personale verso la propria eccellenza e il proprio benessere. Il coach non fornisce soluzioni preconfezionate al coachee, bensì attiva attraverso un processo autogenerativo e creativo alla scoperta di sé, accedendo alla conoscenza ed alla consapevolezza delle proprie potenzialità e dei propri obiettivi, allo scopo di vivere la realtà in modo più funzionale, costruttivo ed autoreferenziale.
La capacità del coach di strutturare domande efficaci porta ad una profondità di visione, cioè aggiungere alla visione un’ulteriore dimensione: la profondità.
Le domande efficaci sono quelle domande che riescono a portare il coachee verso nuove visioni, verso considerazioni non ancora valutate, nuove idee ancora non pensate. Ad ogni tipo di domanda corrisponde un determinato tipo di risposta. In fase di esplorazione sono privilegiate le domande aperte; nel focalizzare un determinato aspetto del discorso vengono utilizzate le domande chiuse; nello scegliere tra due opzioni si tende ad utilizzare la domanda chiusa.
Una domanda per essere considerata efficace, deve corrispondere a determinati requisiti:

  • semplice, chiara, pulita nel significato;
  • mirata allo scopo, in linea col processo e la direzione del coaching;
  • essere funzionale e orientata ad un obiettivo circostanziale;
  • allargare gli orizzonti;
  • evidenziare eventuali pregiudizi che tendono a chiudere il pensiero;
  • creare curiosità stimolando la ricerca e la riflessione;
  • aumentare la consapevolezza toccando i punti ricchi di valore e significato;
  • liberare nuova energia e stimolo al cambiamento;
  • volgere lo sguardo al futuro verso la soluzione e non al passato verso il problema;
  • evocare altre domande, stimolare il coachee a interrogarsi nuovamente per scoprire nuovi orizzonti.

Beh, interroghiamoci, non per criticarmi o sottolineare gli aspetti di noi e della nostra vita che non funzionano, ma per trovare un punto di partenza da dove iniziare un nuovo percorso di conoscenza ed esplorazione di noi stessi. La risposta può non essere lampante o offuscata da un velo di finzione, ma a volte basta solo porsi la domanda giusta.

Innovazione: un continuum tra risorsa e azienda

“Se avessi chiesto ai miei clienti cosa volevano, mi avrebbero risposto un cavallo più veloce”

Henry Ford

Per qualsiasi azienda oggi è impossibile sopravvivere nel mercato senza acquisire la capacità di innovare e rinnovare continuamente risorse, prodotti e servizi.
La società del XXI secolo è definita come la società dell’informazione dove liquidità e velocità, sono le costanti di un’incessante evoluzione. Per essere competitivi nel mercato è importante stare al passo con il cambiamento e l’innovazione.

Il punto è che nell’accezione comune di innovazione, si pensa quasi sempre a qualcosa di straordinario o a qualcosa al di fuori dall’ambito delle cose trattate quotidianamente. Ma non è cosi. Gli ultimi anni, segnati dall’avvento della globalizzazione e l’accessibilità delle informazioni, hanno offerto la possibilità di innovare e produrre del nuovo, partendo dalle risorse disponibili.

Il processo tra uomo e azienda è lo stesso.
Basta guardarci intorno, per capire che non si può parlare di innovazione scindendo l’uomo dall’azienda e il prodotto dai processi attraverso cui i prodotti stessi passeranno. Non c’è un vero sviluppo in un’azienda in cui le risorse non sono pronte e formate per innovarsi continuamente, insieme a tutto ciò che le circonda, indentificando questo sviluppo come il frutto di una mentalità diffusa e non come il colpo di genio di una o di poche persone. E, forse, è il lavoratore stesso che non è stato educato, a essere consapevole di costituire non un ingranaggio sterile di un’enorme e complessa macchina, ma la linfa vitale di un organismo vivo, pulsante e in continuo sviluppo.

Si tratta di gestire e ottimizzare le conoscenze già disponibili all’interno di un’organizzazione. Specialmente in Italia sono davvero poche le organizzazioni che fanno tesoro della proprietà intellettuale di cui già dispongono. E’ fondamentale la creazione di una cultura condivisa nella quale le risorse percepiscano che le proprie idee e le loro opinioni vengono prese in considerazione, e che hanno un ruolo fondamentale per il successo aziendale. L’evoluzione culturale delle singole risorse favorisce l’accettazione di nuove sfide, il coraggio di sperimentare nuovi sentieri e lo sviluppo di competenze orientate alla creazione di valore in tutti i processi dell’azienda.

Innovazione per un’azienda vuol dire saper ascoltare e rispondere alla domanda del mercato e per farlo è necessario partecipare attivamente alla gestione e formazione delle risorse umane, in quanto le persone che compongono l’azienda, sono l’azienda stessa.

Sei pronto ad innovare?
Facciamolo insieme, clicca qui e iniziamo!

La produttività che manca

Riprendo le stime sulle misure di produttività per il periodo 1995-2015 diffuse dall’Istat il 2 novembre 2016 (https://www.istat.it/it/archivio/192024) che, senza alcuna sorpresa, evidenziano come la crescita di produttività nelle aziende italiane sia stata decisamente più bassa rispetto a quasi tutti i paesi “paragonabili” che riepilogo, per dimensione, qui di seguito.

• ITALIA + 5%
• USA + 40%
• FRANCIA + 30%
• GERMANIA + 30%
• SPAGNA + 15%
• PORTOGALLO + 25%
La spiegazione del perché l’Italia si trovi in questa condizione di bassa crescita è ben descritta sul Corriere della Sera (http://www.corriere.it/cultura/16_novembre_21/alesina-giavazzi) da Alesina e Giavazzi. In sostanza, i due noti economisti, riconducono le difficoltà a 4 fattori principali:
1. Presenza di molte piccole/medie imprese. Impossibilitate di sfruttare economie di scala, che possono aumentare la produttività, le piccole imprese faticano a trasformarsi in medie e poi grandi, lasciando così la loro produttività sostanzialmente invariata;
2. La proprietà familiare delle nostre imprese. L’86% delle nostre imprese è di proprietà familiare e di queste quasi il 70% è gestito in famiglia, limitando così lo sguardo verso l’esterno e un rinnovamento manageriale che potrebbe favorire un incremento della produttività;
3. Influenza sindacale. In Italia le politiche sociali, influenzate da un sindacato poco lungimirante, hanno difeso il posto di lavoro piuttosto che i lavoratori, garantendo così la sopravvivenza ad aziende poco produttive ed impedendo, allo stesso tempo, a quelle più produttive di conquistare spazio sui mercati;
4. Innovazione tecnologica. Le piccole dimensioni delle nostre imprese hanno influito negativamente anche sugli investimenti in nuova tecnologia, soprattutto a causa dell’incapacità di reperire finanziamenti;
Alesina e Giavazzi, completano il quadro con la percentuale di laureati, molto più bassa della media europea e sugli ostacoli, oltre ai costi, della burocrazia, un vero campo minato per le nostre aziende.
Per recuperare il gap competitivo con gli altri paesi avanzati, pare necessario quindi spingere le nostre PMI a fare un salto in avanti verso la modernità, cercando d’innovare non solo la tecnologia presente nelle proprie aziende, ma anche i processi produttivi, aumentando le capacità manageriali dei propri dipendenti e guardando al mercato non come a un luogo da difendere, ma come ad un territorio da conquistare. Le possibilità sono immense se si è capaci di guardare oltre la consuetudine, di cercare nuovi orizzonti preparati per affrontarli, coscienti di ciò che si vuole raggiungere, anticipando piuttosto che attendendo l’evoluzione dei mercati.

Misurare per gestire

Non si può gestire ciò che non si misura. Un principio che vale per tutto e, ancor più, per ciò che normalmente non si considera misurabile, quegli asset intangibili che ormai sappiamo incidere tanto quanto quelli tangibili sulle performance delle persone e delle organizzazioni, come su quelle di un Paese.”
Cristina Origlia iniziava così un suo articolo sul Sole 24 Ore per commentare i risultati del “Meritometro” uno strumento capace di misurare la capacità di premiare i migliori da parte di un paese.

Se questa frase è valida per un sistema complesso qual è una Nazione intera, perché non dovrebbe esserlo per le aziende? Ed infatti lo è!
La resistenza alla creazione di sistemi di misurazione, sia quantitativi sia qualitativi, trova probabilmente le proprie fondamenta nell’idea che nulla valga più dell’esperienza, che nessun numero potrà mai capire, spiegare o misurare l’andamento aziendale meglio di anni di duro lavoro. Per quanto questa convinzione abbia un qualcosa di estremamente romantico, quindi possa risultare seducente, risulta particolarmente dannosa alle aziende che si trovino ad affrontare, ad esempio, un passaggio generazionale o una crescita che le trasformi da piccole a medie. In un caso infatti l’esperienza viene meno o è troppo difficile da trasferire, nell’altro le problematiche crescono talmente per numero e complessità che la sola esperienza non sarà più in grado di farvi fronte anche solo per una semplice carenza di tempo.
I sistemi di valutazione delle performance aziendali misurano appunto, attraverso indicatori di efficienza ed efficacia delle attività, ciò che si deve gestire, semplificano l’attuazione delle strategie aziendali, traducendo gli obiettivi di lungo periodo (strategici) in obiettivi di breve periodo (operativi). Una solida, organizzata, costante e precisa analisi dei dati permette di prendere decisioni, non esclusivamente in funzione dell’esperienza, ma attraverso una valutazione dei possibili impatti delle singole scelte.
Ma quali sono gli indicatori (KPI) da utilizzare? In realtà non esiste una regola precisa – molto dipende dal tipo di attività svolta dall’azienda – ma possono essere seguite alcune accortezze per assicurarne la massima efficacia. I KPI dovranno essere:
Pochi evitano perdite di tempo nella raccolta dei dati
Semplici devono essere facilmente comprensibili a tutti
Rilevanti misurano fenomeni aziendali realmente importanti
Chiari non devono essere fraintendibili
L’introduzione di un adeguato sistema di misurazione delle performance è un’operazione molto meno complessa di quanto appaia, se si ha chiara l’idea di dove si vuole andare, e garantisce benefici sorprendenti se verranno declinati ad ogni livello aziendale per coniugare l’operatività con la strategia.